Una memoria contro l'oblio
e il negazionismo

Le leggi razziali del settembre del 1938 privarono gli ebrei italiani di tutti i diritti civili, emarginandoli e condannandoli all’invisibilità.
Nel settembre del 1943, con l’occupazione tedesca e la creazione della Repubblica Sociale Italiana, si passò alla loro deportazione ed eliminazione fisica nei campi di sterminio.

L’iniziativa delle “Pietre d'inciampo” dell'artista tedesco Gunter Demnig nasce per ridare un nome a chi si voleva ridurre a numero. L’"inciampo", dunque, dal semplice imbattersi casuale nella pietra, vorrebbe diventare una sosta mentale per pensare.

Concretamente, viene incorporato nel selciato delle città dell’Europa, davanti all’ultima abitazione di una vittima, un blocco di pietra ricoperto da una piastra di ottone sulla quale sono incisi il nome della persona deportata, l'anno di nascita, la data, il luogo di deportazione e, se conosciuta, la data di morte.

L’artista Gunther Demnig mentre posa le cinque pietre di Via VIII Febbraio, davanti all’Università, il 28 febbraio 2018.
© Sofia Martinello.

Questo sito

Ho realizzato questo sito nel gennaio del 2018 all’interno del mio progetto di Alternanza Scuola-Lavoro, compiuto, come allieva del Liceo Classico “Tito Livio” di Padova, presso il Museo della Padova Ebraica.
Il sito è stato il momento conclusivo di un percorso durato un anno insieme alla mia tutor Simonetta Lazzaretto, che, una volta accolta la mia richiesta di tirocinio, mi ha sempre seguito e stimolato.
A lei vanno i miei ringraziamenti, ai quali volentieri aggiungo quelli per Chiara Marangoni, Giorgia Gammino e Arianna Baù, guide del Museo, che mi hanno pazientemente insegnato quello che la gestione di uno spazio museale richiede; per Mariarosa Davi, Antonella Ortis e Sara Parenzo, per avermi sempre incoraggiato con la loro generosa disponibilità.

Le storie delle vittime della Shoah di cui le pietre d’inciampo sono testimonianza, e che io ho cercato di riportare in forma sintetica, sono raccontate in questi libri:

• Mariarosa Davi (a cura di), ”Alunni di razza ebraica”. Studenti del Liceo-Ginnasio “Tito Livio” sotto le leggi razziali, Padova, 2010.

• Mariarosa Davi e Giulia Simone (a cura di), Giacomo Levi Civita e l'ebraismo veneto tra Otto e Novecento, Padova University Press, Padova, 2015.

• Claudia De Benedetti (a cura di), Il cammino della speranza. Gli ebrei a Padova, Edizioni Papergraf, Padova, 2000-5760.

• Sara Parenzo, Il posto delle capre. Una storia familiare, Cierre edizioni, Verona, 2012 (2014, prima ristampa).

• Francesco Selmin, Nessun "giusto" per Eva. La Shoah a Padova e nel Padovano, Cierre edizioni, Verona, 2011 (2012, seconda ristampa).

Le foto, per le quali ogni volta si è indicata la provenienza, sono tratte, in parte, dai libri appena elencati e, in parte, dal sito del Centro di documentazione ebraica contemporanea (Fondazione CDEC). Ringrazio gli autori di questi libri e il CDEC, particolarmente Gadi Luzzato Voghera, che hanno concesso il loro utilizzo.

Sofia Martinello.
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sofiamartinello@lepietredinciampoapadova.it

La pietra che ricorda il rabbino Coen Sacerdoti, in Via San Martino e Solferino, davanti alla Sinagoga.
© Sofia Martinello.

Gemma Bassani

Nasce a Chioggia il 22 marzo 1911.
Studia al liceo Tito Livio e si laurea in Lettere all’Università di Padova.
Rimasta presto orfana dei genitori, abita con il fratello Giorgio, anch’egli insegnante di Lettere.
Con le prime leggi razziali del 1938, entrambi sono cacciati dalla scuola pubblica e continuano ad insegnare nella scuola ebraica, organizzata dalla Comunità.
Per guadagnare qualcosa, Gemma dà anche lezioni private di musica a Venezia.
Dopo essersi segretamente sposata con un non ebreo (i matrimoni misti erano vietati), è arrestata a Roma il 16 dicembre 1943, internata nel campo di Vo’ Euganeo e poi nella Risiera di San Sabba a Trieste.
Deportata ad Auschwitz il 31 luglio, sopravvive alla selezione.
Muore successivamente in data ignota.

Gemma Bassani.
Foto tratta dal libro di Claudia De Benedetti (a cura di), Il cammino della speranza. Gli ebrei a Padova, Edizioni Papergraf, Padova, 2000-5760.

Eugenio Coen Sacerdoti e Amalia Dina

Eugenio Coen Sacerdoti, rabbino di Padova dal 1936 al 1943, è una guida spirituale ed un uomo di raffinata cultura.
Allievo di Mascagni al Conservatorio di Pesaro, professore di musica, è un grande interprete delle musiche antiche che canta con intonazione melodiosa.
Con l’inizio della persecuzione, il rabbino e la moglie Amalia Dina rimangono nascosti in una casa di campagna; poi, con altri quattro ebrei, tutti molto anziani e malati, trovano ricovero all’ospedale di Camposampiero.
In aprile, prima dell’arresto, avrebbero il tempo di fuggire ma preferiscono consegnarsi ed essere internati nel campo di Vò per ricongiungersi ai membri della loro Comunità.
Lunedì 17 luglio 1944, alle due pomeridiane, sono portati nelle carceri di Padova e dopo qualche giorno alla Risiera di San Sabba a Trieste, da dove sono deportati ad Auschwitz il 31 luglio.
Vengono assassinati all’arrivo, la notte del 3 agosto.

Eugenio Coen Sacerdoti e Amalia Dina.
Foto tratta dal sito del CDEC.

Oscar Coen

Oscar Coen vive per molti anni ad Alessandria d’Egitto, luogo di nascita, e poi per altri 15 in Francia, senza prendere mai la cittadinanza.
Nel 1936, arriva a Padova, che definisce “il Comune di elezione dei miei avi” e qui vive presso una famiglia.
Nel 1939 chiede la discriminazione con la motivazione che nel 1913, benché dispensato dagli obblighi di leva in quanto residente all’estero, è tornato spontaneamente a Padova per fare il servizio militare ed ha inoltre combattuto nella prima guerra mondiale.
La discriminazione gli viene rifiutata.
È invece rinchiuso nei campi di concentramento per ebrei stranieri e apolidi, aperti in Italia dal 1940. Il 19 novembre del 1943 è arrestato e portato in carcere a Padova, dove intanto è stato rimandato. All’apertura del campo di Vo’, il 3 dicembre 1943, è tra i primi ad esservi internato.
È deportato da Verona ad Auschwitz il 2 agosto e assassinato all’arrivo il 6 agosto 1944.

Non si sono trovate foto di Oscar Coen.

Marcello Levi Minzi

Dopo le leggi razziali del 1938, Elena Nora, la moglie di Marcello Levi Minzi, si trasferisce a Milano con i figli, studenti liceali, perché possano continuare a studiare nella scuola ebraica parificata della città. Marcello rimane a Padova. Antifascista, già nel 1926 era stato minacciato pubblicamente dagli squadristi e il suo negozio di mobili era stato saccheggiato.
Da tempo sorvegliato dalla polizia, è arrestato il 4 febbraio 1944 in casa della famiglia Lazzari, in via Marsala, dove si è nascosto.
Inizialmente trattenuto come politico, è poi mandato nel campo di Vò Euganeo. Prelevato il 28 luglio dall’ospedale di Padova, dov’è ricoverato, è portato alla Risiera di San Sabba. Da lì è deportato ad Auschwitz il 31 luglio. Viene assassinato all'arrivo, il 3 agosto 1944.
La moglie di Marcello riesce a passare il confine con la Svizzera nel febbraio 1944 insieme alla figlia e trascorre il resto del periodo bellico a Ginevra, dove già si trova l’altro figlio.

Marcello Levi Minzi
Foto tratta dal sito del CDEC.

Elia, Ada e Sara Simon Gesess

Elia Gesess, ebreo russo fuggito dai pogrom e dalla incombente rivoluzione bolscevica del 1917, si stabilisce prima a Udine poi a Padova. Si sposa con Ada Ancona e ha due figlie: Lisa, nata nel 1922, e Sara Simon (nella foto), nata nel l937.
Il 16 dicembre 1943, Elia, Ada e Sara vengono fermati al confine svizzero, portati in carcere a Sondrio e poi al Campo di Concentramento di Vò Euganeo. Lisa, incinta, si salva perché da qualche tempo si è rifugiata sul monte Grappa con il marito e il figlio.
Il 17 luglio 1944 gli internati del campo di Vò vengono portati a Padova.
Per due volte Sara, grazie alla madre, riesce a sfuggire ai tedeschi, a Vò e a Padova, ma entrambe le volte viene ripresa.
Il 20 luglio il pullman degli internati di Vò con la famiglia Gesess parte da Padova e arriva a San Sabba. Il 31 luglio 1944 la famiglia è deportata da Trieste ad Auschwitz. Sara e Ada sono assassinate all'arrivo, il 3 agosto 1944.
Elia muore a Dachau il 15 febbraio 1945.

Da sopra: Elia, Ada e Sara Simon Gesess.
Foto tratte dal libro di Sara Parenzo, Il posto delle capre. Una storia familiare, Cierre edizioni, Verona, 2012 (2014, prima ristampa).

La famiglia Foà

La famiglia Foà è composta da Mario, rappresentante di tessuti, dalla moglie Giulia Formiggini e dai tre figli Giorgio Amos, Giancarlo e Vittorio.
Dopo l'8 settembre ‘43, iniziata l'occupazione tedesca, i Foà cercano di fuggire in Svizzera, ma il 25 novembre sono catturati dalla Milizia confinaria. Vengono detenuti nel carcere di Como e poi in quello di Milano, da dove il 6 dicembre sono deportati ad Auschwitz.
Giulia muore nel vagone durante il trasporto.
Vittorio, di 9 anni, è assassinato all'arrivo al campo l'11 dicembre.
Di Giancarlo, 13 anni, non si conoscono il luogo e le circostanze della morte.
Giorgio Amos, il figlio maggiore di 16 anni, studente liceale, muore il 28 gennaio 1944 in luogo ignoto.
Mario muore dopo il 17 aprile 1944, anch’egli in luogo ignoto.
Un paio d'anni dopo la fine della guerra, Primo Levi si reca da Vittorio Foà, padre di Mario, e lo informa di aver conosciuto ad Auschwitz suo figlio.

Da sopra: Giulia Formiggini, Giorgio Amos, Giancarlo e Vittorio Foà.
Foto dell’Archivio privato di Rosy Angeli, tratte dal libro di Mariarosa Davi (a cura di), ”Alunni di razza ebraica”. Studenti del Liceo-Ginnasio “Tito Livio” sotto le leggi razziali, Padova, 2010.

Alberto Goldbacher

Alberto Goldbacher per un lungo periodo è professore di Ingegneria presso l'Università di Padova. Grande esperto di impianti elettrici, nella prima guerra mondiale aveva garantito il servizio dell'energia elettrica alla città di Verona e dagli anni venti era direttore della Società Elettrica del Veneto.
Quando, dopo le leggi razziali del ‘38, anche per lui il Senato Accademico decreta l'espulsione dall'Università, Goldbacher organizza a Padova, insieme al professore Levi, la scuola media e superiore ebraica.
Condotto nel Campo di Vò il 3 dicembre 1943, liberato l'11 in quanto di "matrimonio misto", è arrestato nuovamente il 22 settembre 1944.
È portato prima nel carcere di Padova, poi a Verona ed infine a Bolzano da dove viene deportato ad Auschwitz.
Qui è assassinato all'arrivo il 28 ottobre.

Alberto Goldbacher.
Foto tratta dal sito del CDEC.

Augusto Levi

Augusto Levi, libero docente di Fisica alla facoltà di Medicina dell'Università patavina, quando viene espulso dall’insegnamento in seguito alle leggi razziali del 1938, organizza la scuola media e superiore ebraica a Padova e a Venezia.
Permette così ai ragazzi di continuare gli studi sostenendo da privatisti gli esami per passare alla classe successiva.
La scuola chiude dopo l'estate 1943, quando iniziano le deportazioni.
Il professore, la moglie Giovannina D'Italia e il figlio Alvise, liceale, fermati dai fascisti, sono portati al Campo di Vò il 27 gennaio 1944, poi al carcere di Padova.
Da qui vengono condotti a San Sabba e infine, il 31 luglio, deportati ad Auschwitz.
Augusto e la moglie vengono assassinati all'arrivo nella notte tra il 3 e il 4 agosto.
Il figlio Alvise muore a Dachau il 19 dicembre 1944.

Augusto Levi.
Foto tratta dal sito del CDEC.

Giorgio Arany

Giorgio Arany, figlio di Desiderio e di Caterina Goldberger, nasce in Ungheria, a Györ, il 1° dicembre 1919.
Si immatricola a Padova nell'anno accademico 1937-1938 alla Facoltà di Ingegneria.
Nel 1938, non potendo continuare gli studi perchè ebreo straniero, fa richiesta di un permesso speciale che prima gli viene negato poi concesso per un cambio della legislazione. Rimane però sempre sotto controllo.
Arrestato a Trieste il 6 marzo 1944, è detenuto prima a San Sabba, poi nel carcere di Trieste.
L'11 luglio 1944 è deportato ad Auschwitz dove muore in data ignota.

Non si sono trovate foto di Giorgio Arany.

Nora Finzi

Nora Finzi nasce a Trieste il 28 agosto del 1919 da Samuele e da Jole Naschitz.
Si diploma al liceo classico Dante Alighieri di Trieste nel 1937, dove è allieva di Gianni Stuparich.
Si iscrive alla Facoltà di Lettere di Padova nell'anno accademico 1937-1938 e si laurea nel giugno 1941 con voto 108/110 con una tesi in Storia delle Religioni.
Torna a Trieste e qui è arrestata dai tedeschi il 4 dicembre 1943 insieme al padre, che, deportato ad Auschwitz il 7 dicembre, muore l'11, al suo arrivo.
Nora è deportata ad Auschwitz il 6 gennaio 1944 e qui muore in data ignota.
Nel suo testamento, scritto nel 1934 e poi rivisto nel 1940, la giovane donna raccomanda, in caso di morte, di saldare il suo conto dal libraio e si preoccupa dei suoi libri che, come scrive, "sono ciò che ho amato di più".

Nora Finzi.
Foto dell’Archivio Generale di Ateneo, tratta dal libro di Mariarosa Davi e Giulia Simone (a cura di), Giacomo Levi Civita e l'ebraismo veneto tra Otto e Novecento, Padova University Press, Padova, 2015.

Paolo Tolentino

Paolo Tolentino nasce in Austria, a Graz, il 19 febbraio 1917 da genitori italiani. La madre è Anna Polacco e il padre Giuseppe è un giudice in pensione.
S'immatricola alla Facoltà di Lettere di Padova nell'anno accademico 1935-1936.
Il 7 novembre 1938 chiede il trasferimento all'Università di Roma perchè la famiglia ha spostato la propria residenza nella capitale.
È arrestato da italiani il 3 febbraio 1944.
Da Roma è condotto prima a Verona e successivamente al campo di Fossoli fino al 26 giugno 1944, giorno della sua deportazione ad Auschwitz.
La data della sua morte è ignota.

Paolo Tolentino.
Foto dell’Archivio Generale di Ateneo, tratta dal libro di Mariarosa Davi e Giulia Simone (a cura di), Giacomo Levi Civita e l'ebraismo veneto tra Otto e Novecento, Padova University Press, Padova, 2015.