Contro l'oblio e il negazionismo

Le leggi razziali del 1938 privarono gli ebrei italiani di tutti i diritti civili, emarginandoli e condannandoli all’invisibilità.
Nel settembre del 1943, con l’occupazione tedesca e la creazione della Repubblica Sociale Italiana, si passò alla loro deportazione ed eliminazione fisica nei campi di sterminio.
L’iniziativa delle “Pietre d'inciampo” dell'artista tedesco Gunther Demnig nasce — contro l'oblio e il negazionismo — per ridare un nome a chi si voleva ridurre a numero. L’"inciampo", così, oltre che l'imbattersi casuale nella pietra, può essere una sosta per pensare.

A sinistra, Gunther Demnig posa le pietre di Via VIII Febbraio, davanti all’Università.
A destra, la pietra che ricorda il rabbino Coen Sacerdoti, in Via San Martino e Solferino, davanti alla Sinagoga.

Concretamente, viene incorporato nel selciato delle città dell’Europa, davanti all’ultima abitazione di una vittima, un blocco di pietra ricoperto da una piastra di ottone sulla quale sono incisi il nome della persona deportata, l'anno di nascita, la data, il luogo di deportazione e, se conosciuta, la data di morte.

Elia, Ada e Sara Simon Gesess

Elia Gesess, ebreo russo fuggito dai pogrom e dalla incombente rivoluzione bolscevica del 1917, si stabilisce prima a Udine poi a Padova. Si sposa con Ada Ancona e ha due figlie: Lisa, nata nel 1922, e Sara Simon (nella foto), nata nel 1937.

Elia Gesses

Ada Ancona

Sara Simon Gesess

Foto tratte dal libro di Sara Parenzo, Il posto delle capre. Una storia familiare, Cierre edizioni, Verona, 2014.

Il 16 dicembre 1943, Elia, Ada e Sara vengono fermati al confine svizzero, portati in carcere a Sondrio e poi al Campo di Concentramento di Vò Euganeo. Lisa, incinta, si salva perché da qualche tempo si è rifugiata sul monte Grappa con il marito e il figlio.
Il 17 luglio 1944 gli internati del campo di Vò vengono portati a Padova.
Per due volte Sara, grazie alla madre, riesce a sfuggire ai tedeschi, a Vò e a Padova, ma entrambe le volte viene ripresa.
Il 20 luglio il pullman degli internati di Vò con la famiglia Gesess parte da Padova e arriva a San Sabba. Il 31 luglio 1944 la famiglia è deportata da Trieste ad Auschwitz. Sara e Ada sono assassinate all'arrivo, il 3 agosto 1944.
Elia muore a Dachau il 15 febbraio 1945.

La famiglia Foà

La famiglia Foà è composta da Mario, rappresentante di tessuti, dalla moglie Giulia Formiggini e dai tre figli Giorgio Amos, Giancarlo e Vittorio.

Mario Foà

Giorgio Amos

Giulia Formiggini, Vittorio e Giancarlo

Le tre foto sono tratte dall’Archivio privato Rosy Angeli

Dopo l'8 settembre ‘43, iniziata l'occupazione tedesca, i Foà cercano di fuggire in Svizzera, ma il 25 novembre sono catturati dalla Milizia confinaria. Vengono detenuti nel carcere di Como e poi in quello di Milano, da dove il 6 dicembre sono deportati ad Auschwitz.
Giulia muore nel vagone durante il trasporto.
Vittorio, di 9 anni, è assassinato all'arrivo al campo l'11 dicembre.
Di Giancarlo, 13 anni, non si conoscono il luogo e le circostanze della morte.
Giorgio Amos, il figlio maggiore di 16 anni, studente liceale, muore il 28 gennaio 1944 in luogo ignoto.
Mario muore dopo il 17 aprile 1944, anch’egli in luogo ignoto.
Un paio d'anni dopo la fine della guerra, Primo Levi si reca da Vittorio Foà, padre di Mario, e lo informa di aver conosciuto ad Auschwitz suo figlio.

Marcello Levi Minzi

Dopo le leggi razziali del 1938, Elena Nora, la moglie di Marcello Levi Minzi, si trasferisce a Milano con i figli, studenti liceali, perché possano continuare a studiare nella scuola ebraica parificata della città. Marcello rimane a Padova. Antifascista, già nel 1926 era stato minacciato pubblicamente dagli squadristi e il suo negozio di mobili era stato saccheggiato.
Da tempo sorvegliato dalla polizia, è arrestato il 4 febbraio 1944 in casa della famiglia Lazzari, in via Marsala, dove si è nascosto.
Inizialmente trattenuto come politico, è poi mandato nel campo di Vò Euganeo. Prelevato il 28 luglio dall’ospedale di Padova, dov’è ricoverato, è portato alla Risiera di San Sabba. Da lì è deportato ad Auschwitz il 31 luglio. Viene assassinato all'arrivo, il 3 agosto 1944.
La moglie di Marcello riesce a passare il confine con la Svizzera nel febbraio 1944 insieme alla figlia e trascorre il resto del periodo bellico a Ginevra, dove già si trova l’altro figlio.

Marcello Levi Minzi

Foto tratta dall'Archivio di Stato di Padova.

Gemma Bassani

Nasce a Chioggia il 22 marzo 1911.
Studia al liceo Tito Livio e si laurea in Lettere all’Università di Padova.
Rimasta presto orfana dei genitori, abita con il fratello Giorgio, anch’egli insegnante di Lettere.
Con le prime leggi razziali del 1938, entrambi sono cacciati dalla scuola pubblica e continuano ad insegnare nella scuola ebraica, organizzata dalla Comunità.
Per guadagnare qualcosa, Gemma dà anche lezioni private di musica a Venezia.
Dopo essersi segretamente sposata con un non ebreo (i matrimoni misti erano vietati), è arrestata a Roma il 16 dicembre 1943, internata nel campo di Vo’ Euganeo e poi nella Risiera di San Sabba a Trieste.
Deportata ad Auschwitz il 31 luglio, sopravvive alla selezione.
Muore successivamente in data ignota.

Gemma Bassani

Su concessione dell’Università degli Studi di Padova – Ufficio Gestione documentale. ASUP, Facoltà di Lettere e filosofia, Fascicoli di studente, Bassani Gemma, matr. 50/8.

Eugenio Coen Sacerdoti e Amalia Dina

Eugenio Coen Sacerdoti, rabbino di Padova dal 1936 al 1943, è una guida spirituale ed un uomo di raffinata cultura.
Allievo di Mascagni al Conservatorio di Pesaro, professore di musica, è un grande interprete delle musiche antiche che canta con intonazione melodiosa.
Con l’inizio della persecuzione, il rabbino e la moglie Amalia Dina rimangono nascosti in una casa di campagna; poi, con altri quattro ebrei, tutti molto anziani e malati, trovano ricovero all’ospedale di Camposampiero.
In aprile, prima dell’arresto, avrebbero il tempo di fuggire ma preferiscono consegnarsi ed essere internati nel campo di Vò per ricongiungersi ai membri della loro Comunità.
Lunedì 17 luglio 1944, alle due pomeridiane, sono portati nelle carceri di Padova e dopo qualche giorno alla Risiera di San Sabba a Trieste, da dove sono deportati ad Auschwitz il 31 luglio.
Vengono assassinati all’arrivo, la notte del 3 agosto.

Eugenio Coen Sacerdoti e Amalia Dina

Foto tratta dall'Archivio Fondazione CDEC.

Oscar Coen

Oscar Coen vive per molti anni ad Alessandria d’Egitto, luogo di nascita, e poi per altri 15 in Francia, senza prendere mai la cittadinanza.
Nel 1936, arriva a Padova, che definisce “il Comune di elezione dei miei avi” e qui vive presso una famiglia.
Nel 1939 chiede la discriminazione con la motivazione che nel 1913, benché dispensato dagli obblighi di leva in quanto residente all’estero, è tornato spontaneamente a Padova per fare il servizio militare ed ha inoltre combattuto nella prima guerra mondiale.
La discriminazione gli viene rifiutata.
È invece rinchiuso nei campi di concentramento per ebrei stranieri e apolidi, aperti in Italia dal 1940. Il 19 novembre del 1943 è arrestato e portato in carcere a Padova, dove intanto è stato rimandato. All’apertura del campo di Vo’, il 3 dicembre 1943, è tra i primi ad esservi internato.
È deportato da Verona ad Auschwitz il 2 agosto e assassinato all’arrivo il 6 agosto 1944.

Non si sono trovate foto di Oscar Coen.

Alberto Goldbacher

Alberto Goldbacher per un lungo periodo è professore di Ingegneria presso l'Università di Padova. Grande esperto di impianti elettrici, nella prima guerra mondiale aveva garantito il servizio dell'energia elettrica alla città di Verona e dagli anni venti era direttore della Società Elettrica del Veneto.
Quando, dopo le leggi razziali del ‘38, anche per lui il Senato Accademico decreta l'espulsione dall'Università, Goldbacher organizza a Padova, insieme al professore Levi, la scuola media e superiore ebraica.
Condotto nel Campo di Vò il 3 dicembre 1943, liberato l'11 in quanto di "matrimonio misto", è arrestato nuovamente il 22 settembre 1944.
È portato prima nel carcere di Padova, poi a Verona ed infine a Bolzano da dove viene deportato ad Auschwitz.
Qui è assassinato all'arrivo il 28 ottobre.

Alberto Goldbacher

Su concessione dell’Università degli Studi di Padova – Ufficio Gestione documentale. ASUP, Personale docente cessato, Professori di ruolo e incaricati, Goldbacher Alberto, b. 58 fasc. 3

Augusto Levi

Augusto Levi, libero docente di Fisica alla facoltà di Medicina dell'Università patavina, quando viene espulso dall’insegnamento in seguito alle leggi razziali del 1938, organizza la scuola media e superiore ebraica a Padova e a Venezia.
Permette così ai ragazzi di continuare gli studi sostenendo da privatisti gli esami per passare alla classe successiva.
La scuola chiude dopo l'estate 1943, quando iniziano le deportazioni.
Il professore, la moglie Giovannina D'Italia e il figlio Alvise, liceale, fermati dai fascisti, sono portati al Campo di Vò il 27 gennaio 1944, poi al carcere di Padova.
Da qui vengono condotti a San Sabba e infine, il 31 luglio, deportati ad Auschwitz.
Augusto e la moglie vengono assassinati all'arrivo nella notte tra il 3 e il 4 agosto.
Il figlio Alvise muore a Dachau il 19 dicembre 1944.

Augusto Levi

Foto tratta dall'Archivio Ada Levi Nissim

Giorgio Arany

Giorgio Arany, figlio di Desiderio e di Caterina Goldberger, nasce in Ungheria, a Györ, il 1° dicembre 1919.
Si immatricola a Padova nell'anno accademico 1937-1938 alla Facoltà di Ingegneria.
Nel 1938, non potendo continuare gli studi perchè ebreo straniero, fa richiesta di un permesso speciale che prima gli viene negato poi concesso per un cambio della legislazione. Rimane però sempre sotto controllo.
Arrestato a Trieste il 6 marzo 1944, è detenuto prima a San Sabba, poi nel carcere di Trieste.
L'11 luglio 1944 è deportato ad Auschwitz dove muore in data ignota.

Giorgio Arany

Su concessione dell’Università degli Studi di Padova – Ufficio Gestione documentale. ASUP, Facoltà di Ingegneria, Fascicoli di studente, Arany Giorgio, matr. 77/4.

Nora Finzi

Nora Finzi nasce a Trieste il 28 agosto del 1919 da Samuele e da Jole Naschitz.
Si diploma al liceo classico Dante Alighieri di Trieste nel 1937, dove è allieva di Gianni Stuparich.
Si iscrive alla Facoltà di Lettere di Padova nell'anno accademico 1937-1938 e si laurea nel giugno 1941 con voto 108/110 con una tesi in Storia delle Religioni.
Torna a Trieste e qui è arrestata dai tedeschi il 4 dicembre 1943 insieme al padre, che, deportato ad Auschwitz il 7 dicembre, muore l'11, al suo arrivo.
Nora è deportata ad Auschwitz il 6 gennaio 1944 e qui muore in data ignota.
Nel suo testamento, scritto nel 1934 e poi rivisto nel 1940, la giovane donna raccomanda, in caso di morte, di saldare il suo conto dal libraio e si preoccupa dei suoi libri che, come scrive, "sono ciò che ho amato di più".

Nora Finzi

Su concessione dell’Università degli Studi di Padova – Ufficio Gestione documentale. ASUP, Facoltà di Lettere e filosofia, Fascicoli di studente, Finzi Nora, matr. 78/14.

Giuseppe Kròo

Giuseppe Kròo nasce a Budapest il 29 ottobre 1919 da Luigi, ebreo ungherese, e da Rachele Vàmos, sefardita.
Nel 1927 la famiglia si trasferisce a Fiume, dove il padre gestisce con un socio una farmacia.
Nel 1937 Giuseppe si iscrive ad Ingegneria a Padova. Il 4 gennaio 1938 chiede il trasferimento a Milano.
La sua ultima residenza nota è Fiume: qui, il 27 marzo 1944, è arrestato in casa dai tedeschi insieme al padre, alla nonna materna ed al fratello minore Alessandro. La madre per un soffio riesce a salvarsi.
Deportati da San Sabba, arrivano il 30 aprile ad Auschwitz. La nonna è subito mandata alla camera as gas. Il padre, ai lavori forzati con i figli, ma resiste solo per tre mesi. Giuseppe muore durante l'evacuazione del campo dopo l'aprile del 1945.
Alessandro, sopravvissuto, sarà il testimone.

Giuseppe Kròo

Su concessione dell’Università degli Studi di Padova – Ufficio Gestione documentale. ASUP, Facoltà di Scienze MM.FF.NN., Fascicoli di studente, Kròo Giuseppe, matr. 67/28.

Paolo Tolentino

Paolo Tolentino nasce in Austria, a Graz, il 19 febbraio 1917 da genitori italiani. La madre è Anna Polacco e il padre Giuseppe è un giudice in pensione.
S'immatricola alla Facoltà di Lettere di Padova nell'anno accademico 1935-1936.
Il 7 novembre 1938 chiede il trasferimento all'Università di Roma perchè la famiglia ha spostato la propria residenza nella capitale.
È arrestato da italiani il 3 febbraio 1944.
Da Roma è condotto prima a Verona e successivamente al campo di Fossoli fino al 26 giugno 1944, giorno della sua deportazione ad Auschwitz.
La data della sua morte è ignota.

Paolo Tolentino

Su concessione dell’Università degli Studi di Padova – Ufficio Gestione documentale. ASUP, Facoltà di Lettere e filosofia, Fascicoli di studente, Tolentino Paolo, matr. 60/12;

Italo e Giuseppe Parenzo

Italo e Giuseppe Parenzo sono il primogenito e il terzogenito di Libero Parenzo e Anita Praga, genitori di cinque figli.
Libero, non ancora diciottenne, è volontario garibaldino, seguendo così l’esempio dei fratelli Alessandro e Vittorio e del cugino Cesare, che combatté sull'Aspromonte nel 1866 e fu senatore del Regno d'Italia — i Parenzo hanno dato, nel Risorgimento italiano, un notevole contributo alla liberazione e unificazione della patria.
Anita è nipote di Erminia Fuà Fusinato, poetessa, educatrice e patriota.

 

Italo nasce a Rovigo il 26 agosto 1883.
Di se stesso scrive: “Di varia, se non profonda cultura”.
Si laurea in Legge con pieni voti a Padova e in seguito lavora nel campo delle Assicurazioni.
Rimane celibe, e lascia alcune pubblicazioni, tra cui uno studio di notevole mole sulle abitazioni popolari e qualche lavoro incompiuto.
Dopo una furibonda caccia all’uomo, l’1 dicembre ’43 è catturato dai repubblichini, in casa di una fedele domestica, Maria Nettani, che lo aveva nascosto.
È poi detenuto nel campo di Vo’ Vecchio, nel carcere di Padova e nella risiera di San Sabba a Trieste.

Non si sono trovate foto di Italo Parenzo.

Giuseppe nasce a Rovigo il 12 dicembre 1886.
Si sposa con Elda Vigevani di Parma, che muore a soli 35 anni nel 1923, lasciando il figlio Renato di appena sei anni — Renato, diventato avvocato, sposerà Lisa Gesess, unica superstite della famiglia Gesess (vedi sotto).
Vive, insieme al fratello Italo, in Corso del Popolo 14, in una casa che verrà in seguito distrutta dai bombardamenti.
Entrambi, dopo le leggi razziali, continuano, nel loro studio di Via Zabarella 30, l'attività professionale ma consentita solo in ambito ebraico, Giuseppe come ragioniere libero professionista e Italo come agente assicuratore, attivi anche nelle associazioni di sostegno agli ebrei.
Giuseppe è prelevato il 29 luglio ‘44 dai tedeschi all’Ospedale di Padova, dove, gravemente malato, è ricoverato.

Giuseppe Parenzo

Foto tratta dall'Archivio della famiglia Parenzo.

La notte del 31 luglio ’44, nel convoglio che da Trieste deporta ad Auschwitz gli ebrei padovani, ci sono anche Italo e Giuseppe Parenzo.
Arrivati ad Auschwitz la notte fra il 3 e il 4 agosto, non sopravvivono alla selezione.

 

La famiglia Ducci

I Ducci sono ebrei ungheresi. Rodolfo nasce a Budapest il 9 marzo 1887 in una famiglia alla quale suo padre Karl, con la sua attività commerciale, aveva assicurato un notevole benessere. Ungherese è anche la moglie di Rodolfo, Luisa Hoffman, nata a Szekesfehérvàr il 15 dicembre 1889.
Il 12 agosto 1913 nasce Teodoro (Teo).
Nel 1914, Rodolfo, mobilitato dall’esercito austro-ungarico, parte come sottotenente per il fronte russo, dove combatte per quattro anni guadagnandosi due medaglie al valore e tre promozioni.
Tornato a Budapest, incorre in un increscioso episodio di antisemitismo. Disgustato, decide di abbandonare per sempre l’Ungheria e di stabilirsi in Italia, “per assicurarmi — scriverà Teo parlando del padre — un avvenire che non mettesse mai in pericolo il mio essere ebreo”.
Giunge così ad Abbazia (Opatija), diventata italiana, dove già soggiornavano per cure la moglie e Teo. Qui, i coniugi avviano due distinte attività commerciali.
Il 26 dicembre 1922 nasce Eva.
Nel 1925 la famiglia ottiene la cittadinanza italiana e qualche anno dopo, forse nel 1929, si trasferisce a Padova in Via Damiano Chiesa 4.

La famiglia Ducci nel 1929

Eva Ducci

Teo Ducci

Le tre foto sono tratte dall'Archivio Fondazione CDEC.

Nel 1933 il cognome originario Deutsch è italianizzato dal fascismo in Ducci.
Teo si laurea nel 1939 a Ca’ Foscari di Venezia in Scienze applicate alla carriera diplomatica. Poiché le leggi razziali gli impediscono di avvicinarsi a questa professione, si trova un lavoro nella ditta del padre e un altro come rappresentante di materiali d’imballaggio.
Eva frequenta il Tito Livio, che — sempre perché ebrea — è costretta ad abbandonare terminato il ginnasio. Dopo due anni ottiene anticipatamente nel 1940, a soli diciassette anni la maturità come privatista della Scuola Ebraica.
Neanche a lei è permesso di continuare gli studi e di lavorare. Gli anni fino alla cattura sono anni “sprecati nel mio corpo e nel mio spirito” (Diario di Eva, 1 aprile 1943).
Dopo l’8 settembre, la famiglia è in una pensione a Venezia, e poi, per andare incontro agli alleati, a Firenze, dove alloggia alla pensione Crocini. Successivamente, si trasferisce in un appartamento messo a disposizione dal marchese Nicolò Antinori, dove, in seguito ad una delazione, la sera del 10 febbraio ’44 si presentano due italiani che li dichiarano in arresto. Al mattino dell’11 febbraio, quando compare un graduato nazista chiamato telefonicamente, vengono caricati su una camionetta e portati al carcere delle Murate.
Qui sono detenuti per quasi un mese e poi trasferiti nel campo di concentramento di Fossoli.
Il 5 aprile 1944, tutti e quattro sono deportati ad Auschwitz, dove arrivano il 10.
Rodolfo e la moglie Luisa vengono assassinati al loro arrivo.
Eva supera la selezione e viene portata nel campo di Birkenau (Auschwitz II) dove morirà per scarlattina nel luglio del ’44.
Anche Teo, che nella concitazione dell’arrivo al campo perde di vista i familiari, riesce a superare la selezione. Intuirà la fine dei genitori e non avrà più notizie della sorella, che non rivedrà.
Rimane nel lager fino al 18 gennaio 1945, quando i tedeschi, incalzati dall’avvicinarsi delle truppe sovietiche, iniziano l’evacuazione di Auschwitz per cancellare le prove della Shoah. E Teo viene costretto ad intraprendere, insieme alla colonna di deportati, una lunga marcia, sempre di notte perché i nazisti vogliono che nessuno veda, sia a piedi che su carri merci scoperti, che lo porta dopo dieci giorni a Mauthausen.
Qui, ormai totalmente prostrato nel fisico, viene liberato dagli americani il 5 maggio 1945.
Dopo essere rimasto ricoverato per quasi due mesi nell’ospedale da campo allestito in quel luogo, rientra in Italia, a Firenze, ospite della pensione Crocini, poiché la casa di Padova è stata requisita.
Nel dopoguerra, parallelamente all’attività di dirigente d’azienda, svolge un’intensa opera per la conservazione della memoria della Shoah sia con la pubblicazione di libri ed articoli sia con la partecipazione alle attività dell’Associazione Nazionale Ex Deportati nei Campi (ANED) di Milano, per la quale gli viene conferita il 22 dicembre 1999 la medaglia d’oro della Provincia di Milano.
Muore il 12 novembre del 2002.

Giulio, Ada e Irma Ancona

Nel 1943, la famiglia Ancona — composta da Giulio, tappezziere, nato a Padova il 29 febbraio 1872, dalla moglie Ada Levi, anche lei nata nella stessa città il 19 aprile 1874, e dalla figlia Irma, nata il 12 ottobre 1903 — vive a Padova in Via Prati 7.
I tre figli maschi, Leone, Edgardo ed Enrico, da tempo non abitano più con i genitori. Altri due figli erano morti in tenera età.

Giulio Ancona

Ada Levi

Irma Ancona

Per gentile concessione di Maria Antonietta Ancona

Il 3 dicembre 1943, Giulio, che ha settantuno anni, è arrestato e portato nel Campo di Vo' Vecchio da agenti di P.S.
Il pomeriggio del 4 dicembre, anche la moglie Ada, inferma, e la figlia Irma, che la accudisce, sono prelevate dalla loro casa e trasferite a Vo' il giorno successivo.
Il 10 dicembre 1943 il capo della polizia Tamburini emana una disposizone che esenta dall'internamento i malati gravi, gli ultrasettantenni e i coniugati con ariani.
Grazie ad essa, l'11 dicembre '43 Giulio viene dimesso dal campo ma non può rientrare nella propria abitazione sequestrata insieme a tutti i suoi beni.
La moglie Ada, che il 19 aprile del 1944 avrebbe compiuto settant'anni, facendo riferimento a tale disposizione, l'11 marzo inoltra al Questore la richiesta di avviare la pratica del suo rilascio, aggiungendovi la supplica di liberare anche la figlia Irma, l'unica in grado di assisterla.
Quando il 22 aprile il Questore autorizza il direttore del campo a rilasciare Ada ma non la figlia, la madre rinuncia alla libertà e preferisce restare nel Campo con Irma.
Il 17 luglio, insieme a tutti gli internati, le due donne sono trasferite dai tedeschi nel carcere di Padova, poi alla Risiera di San Sabba.
Il 30 luglio, i tedeschi scatenano a Padova una caccia feroce agli ebrei che si erano avvalsi della disposizione di Tamburini. Giulio Ancona viene prelevato all'ospedale nella seconda di queste retate. Viene trasferito in carcere a Padova, poi a Verona da dove il 2 agosto parte per Auschwitz.
Il 31 luglio, Ada e Irma, partite con il convoglio degli ebrei padovani, arrivano sd Auschwitz il 3 agosto.
Il 6 agosto, con un convoglio successivo, anche Giulio arriva ad Auschwitz.
Nessuno dei tre sopravviverà allo sterminio.

Questo sito, nella forma di un limitato e agile strumento per il Web, cerca di informare sulle pietre d'inciampo a Padova, raccogliendo in un unico spazio il costante e prezioso lavoro di ricerca storica che su questa vergognosa pagina della nostra storia compiono da anni alcune persone. In particolare, Mariarosa Davi Sara Parenzo e Antonella Ortis, che continuano ad essermi sempre di aiuto e di riferimento con la loro generosa disponibilità.

L'ho realizzato nel gennaio 2018, come momento conclusivo del mio percorso di Alternanza Scuola-Lavoro, compiuto come allieva del Liceo Classico “Tito Livio” di Padova presso il Museo della Padova Ebraica e durato un anno, nel corso del quale la direttrice del Museo e mia tutor Simonetta Lazzaretto mi ha sempre seguita e stimolata. Ai miei ringraziamenti per lei, volentieri aggiungo quelli per Chiara Marangoni, Giorgia Gammino e Arianna Baù, guide del Museo.

Conclusa, con la Maturità Classica, nel 2019, l'esperienza dell'Alternanza, e incoraggiata a continuare, ho deciso di mantenerlo in attività e di aggiornarlo ogni volta che nuove pietre vengono posate nel selciato di Padova.

A partire dal gennaio del 2020, ho scelto di elencare le vie secondo il criterio cronologico della posa delle pietre piuttosto che quello originario, di tipo spaziale, della loro vicinanza.

Ho letto le storie delle vittime padovane della Shoah in questi libri:

• Mariarosa Davi (a cura di), ”Alunni di razza ebraica”. Studenti del Liceo-Ginnasio “Tito Livio” sotto le leggi razziali, Padova, 2010.

• Mariarosa Davi e Giulia Simone (a cura di), Giacomo Levi Civita e l'ebraismo veneto tra Otto e Novecento, Padova University Press, Padova, 2015.

• Claudia De Benedetti (a cura di), Il cammino della speranza. Gli ebrei a Padova, Edizioni Papergraf, Padova, 2000-5760.

• Teo Ducci, Un tallèt ad Auschwitz, Casa Editrice Giuntina, Firenze, 2000.

• Sara Parenzo, Il posto delle capre. Una storia familiare, Cierre edizioni, Verona, 2012 (2014, prima ristampa).

• Francesco Selmin, Nessun "giusto" per Eva. La Shoah a Padova e nel Padovano, Cierre edizioni, Verona, 2011 (2012, seconda ristampa).

Concludo questa nota con un sentito ringraziamento a coloro che mi hanno concesso l'utilizzo delle foto di loro proprietà, particolarmente a Gadi Luzzatto Voghera, direttore della Fondazione CDEC, che autorizzandomi a pubblicare le prime foto, mi ha permesso di dare avvio a questa esperienza.

Padova, 22 gennaio 2020

Sofia Martinello